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Una volta si chiamava Istituto tecnico per geometri ed era il rifugio per i ragazzi alla ricerca di un posto sicuro negli uffici tecnici privati o pubblici, spesso del Comune di residenza. Oggi, dopo la riforma Gelmini del 2010, è diventato l’istituto tecnico settore tecnologico indirizzo Costruzioni, ambiente e territorio (più brevemente, Cat): una scuola che ambisce a formare professionisti che siano in grado di operare per la tutela dell’ambiente, per il recupero e la riqualificazione degli edifici, per la misurazione, rappresentazione e tutela del territorio, ma anche per la gestione di cantieri, per garantire la sicurezza in scuole, luoghi di lavoro e abitazioni private, oppure per intervenire nel settore delle energie rinnovabili ed efficienza energetica.

Non c’è quasi famiglia che non si sia rivolta almeno una volta a un geometra per la manutenzione straordinaria o per una piccola ristrutturazione della propria abitazione, per il rilievo di un terreno, per redigere le tabelle millesimali di un condominio, per una visura o un frazionamento catastale, per una divisione di beni tra proprietari o eredi, per la valutazione di un immobile, per una consulenza tecnica in caso di contenzioso immobiliare.

La libera professione in Italia è svolta da oltre 100mila persone, di cui le donne sono solo 9mila ma il cui numero cresce al ritmo del 15% ogni anno. Gli studi professionali di geometra sono diffusi sul territorio in modo talmente capillare che non esiste comune, per quanto piccolo, che ne sia privo. Il geometra è una figura familiare, un vero e proprio tecnico multidisciplinare della porta accanto ed esiste in tutto il mondo. E ogni anno l’indirizzo del Cat è scelto da circa il 2,5 – 3% degli studenti (su un media di circa 510mila nuovi iscritti totali l’anno).

Ma in Italia la sua professione è ancora regolamentata dal regio decreto n.274 del febbraio del 1929, mentre la categoria è rappresentata dal CNGeGL, il Consiglio Nazionale Geometri e geometri laureati. Ah, ma allora una laurea esiste già, direte?

No. È stato però stabilito, a partire dal 2001, che l’accesso alla professione poteva essere garantito anche con il possesso di una laurea triennale in alcune classi di corsi di laurea triennale: architettura, ingegneria e urbanistica, più sei mesi di praticantato. Senza quella, al geometra uscito da scuola, occorre superare l’esame di Stato per l’abilitazione dopo un tirocinio di almeno 18 mesi presso un geometra, un architetto o un ingegnere civile, iscritti nei rispettivi albi professionali da almeno 5 anni. Oggi una missione quasi impossibile, che pregiudica anche la scelta dell’indirizzo scolastico.

Dunque al momento ci troviamo davanti a due tipologie di geometri:

  1. quelli che hanno ottenuto l’abilitazione e non sono laureati:
  2. quelli che l’hanno ottenuta con laurea e praticantato (ma che spesso perdono la caratteristica del geometra).

A questo si aggiunge un’evoluzione della normativa europea che non lascia spazio ad equivoci: per tutti i liberi professionisti sarà in futuro obbligatorio il possesso di un titolo universitario per poter esercitare la professione a livello transnazionale.

È su quest’onda che da tempo il CNGeGL spinge per l’introduzione di una specifica laurea triennale professionalizzante e abilitante all’esercizio del mestiere.

Le lauree professionalizzanti – cioè quelle che contemperano nel loro curriculum padronanza di metodi, contenuti scientifici e specifiche conoscenze, non sono ancora molto diffuse nelle università italiane ma rientrano negli attuali ordinamenti universitari dopo la riforma dell’autonomia didattica (decreti 509/99 e 270/04).

Noi siamo assolutamente favorevoli a questa proposta di legge, appena ripresentata alla Camera dei Deputati da Simona Flavia Malpezzi, perché la sua introduzione può rassicurare le famiglie sulle scelte dei propri figli. Sapere che a un diploma secondario Cat può seguire, per chi voglia cimentarsi con la libera professione, la propria laurea professionalizzante indica un preciso e specifico percorso che uno studente è in grado di immaginare. Rafforza l’indirizzo di studio e porta luce in un sistema che spesso predilige le ambiguità.

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