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Finisce in prima pagina la lettera minatoria e anonima “Milena datte e mori” indirizzata alla dirigente Milena Nari e trovata al Liceo Socrate dopo l’occupazione degli studenti. Lo stesso onore di cronaca riservato al Liceo Virgilio una quindicina di giorni fa per i bagordi, le canne, il festino e i danni provocati a scuola dai ragazzi che avevano occupato. Sul primo caso sta indagando la Digos, sul secondo è stata aperta un’inchiesta. In entrambi però, suscita qualche perplessità la reazione delle dirigenti coinvolte. Che nonostante il ruolo manageriale loro assegnato conservano anche il compito di rappresentare lo Stato e di essere dunque un esempio di rigore e umanità. Non è certo una scoperta che sia il preside il primo approccio degli studenti alla figura del “capo” e non bisogna scomodare grandi educatori o psicologi per capire quanto negativo possa essere l’esempio di chi abdica – anche senza rendersene conto – a questa responsabilità. Senza nulla togliere agli atti gravi commessi dai liceali, su cui tanto è già stato scritto, a noi interessa segnalare due momenti che a nostro giudizio poco hanno che spartire con l’educazione.

Il caso Virgilio

Partiamo dal Liceo Virgilio, dove la dirigente Carla Alfano, una volta ripreso il possesso della scuola, ha ritenuto opportuno emanare la circolare n. 78 avente come oggetto: “giustificazione assenze per cause di forza maggiore”. In sostanza, per risolvere un problema di giorni e provare ad ascriverli come “causa di forza maggiore”  ha chiesto agli studenti di dichiarare se avevano partecipato o meno all’occupazione. A coloro che hanno detto sì – se la circolare verrà rispettata – le assenze non saranno giustificate. A coloro che hanno detto no, lo saranno. Chi si è rifiutato di partecipare a questa lotteria, anche se contrario all’occupazione, si vedrà conteggiare giornate di assenza ingiustificata. La questione ha infiammato chat e caselle mail di classi e genitori. Digiuni di procedure, di decreti legislativi e di come barcamenarsi nei meandri della burocrazia e tentare di aggirarla, tutti quanti sono rimasti colpiti dalla divisione cartacea di un corpo studentesco: da un lato quelli che volevano interrompere le lezioni e dall’altro quelli che volevano a tutti i costi entrare per esercitare il loro diritto allo studio. Non c’è dubbio che le occupazioni siano ormai sempre più spesso il frutto di una scelta di pochi, ma ancora non abbiamo mai visto catene di studenti impuntarsi e gridare “Vogliamo entrare, vogliamo fare lezione”. E questo, minimo minimo, significa che anche se l’occupazione non interessa, starsene a casa o andare in giro con gli amici è una valida alternativa al banco.

L’esempio mancato

Ma guardiamo più avanti: oggi è la scuola, domani è il lavoro. Il foglio che ragazzi e genitori hanno dovuto firmare umilia il concetto di solidarietà, lo mina nel profondo. E come reagiranno i nostri ragazzi quando davanti a uno sciopero il datore di lavoro chiederà loro di dire da che parte sono stati? Firmeranno affinché non gli vengano decurtati i giorni di ferie o di paga? Tradiranno il loro spirito e saranno colti dal pavido desiderio di fare i furbetti e dire che non hanno partecipato pur di conservare qualche bonus? E che fine faranno quelli che lo hanno indetto? E quelli che per amor di sacro principio non vorranno piegarsi alla firma? Se ci fosse un tapiro d’oro per i presidi, Carla Alfano sarebbe fra i candidati a riceverlo. Perché in un colpo solo, con una meticolosa circolare, ha reso inutili tanti insegnamenti. A sua discolpa, c’è da dire che il documento è stato scritto “in accordo con il Collegio dei Docenti”: immaginiamo non quelli che per anni hanno compreso le assenze degli alunni quando c’era da battagliare contro le varie riforme scolastiche.

Il caso Socrate

C’è poi il caso del Liceo Socrate, in zona Garbatella. Occupato il 2 novembre dai ragazzi per protestare, fra le altre cose, contro il sovraffollamento delle aule. L’istituto, che ha registrato un boom di iscrizioni lo scorso anno, ha ammesso oltre 250 nuovi studenti a fronte di una struttura prefabbricata piuttosto debilitata. Insomma, sono tutti molto scontenti e lo stesso direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale, Gildo De Angelis, ha dichiarato al Corriere di essere “molto arrabbiato” perché “la preside Nari non ha rispettato le regole accettando molti studenti in più di quanti la sua scuola potesse permettersi”. Una frase che la dice lunga. Fatto sta che ad occupazione terminata, tra i corridoi da ripulire, è stata rinvenuta una lettera anonima a lei indirizzata e scritta con lettere ritagliate dai giornali: “Milena, datte e mori” (vattene e muori, ndr). Ora qui la questione è un po’ delicata: il fatto è serio, non c’è dubbio. Bene hanno fatto docenti, studenti e genitori a inviare la loro solidarietà alla preside, anche in modo formale. E anche ScuolediRoma.it si unisce a loro. Forse la presenza della Digos è un po’ troppo, ma non sta certo a noi valutarlo. La dirigente è in difficoltà da tempo e non solo con gli studenti. Tanto che sempre De Angelis si dice “convinto che la lettera anonima non arrivi da uno studente”.

La lettera della preside

Ma il comunicato protocollato con il numero 02874/U della preside Nari lascia piuttosto perplessi. Sempre nell’ottica che la scuola sia il primo avamposto dello Stato nella vita dei nostri giovani cittadini e che il suo dirigente debba esercitare una funzione “alta”, abbiamo aperto la lettera pensando di trovare parole nette, chiarimenti. E invece abbiamo trovato un commento che si avvicina più alle confidenze che si fanno durante una seduta di psicoterapia: “Mancano 154 giorni al termine dell’anno scolastico e lì voi ed io dobbiamo arrivare” (tradotto: ho contato quanti giorni dovremo ancora sopportarci, voi a me ed io a voi). “Certamente chiederò di andarmene e sono sicura che i miei Superiori, stanchi di tutte le seccature che ho procurato loro, mi sposteranno (tradotto: state sicuri che non ho alcuna intenzione di restare con voi, d’altronde non sono minimamente sostenuta dai miei superiori, anzi). “Sul morire non posso dare rassicurazioni, ma sono certa che prima o poi mi toccherà” (non c’è da tradurre, ma l’impronta a metà fra la presa in giro e la posizione vittimista traspare). (…) “Come diceva J. Austen: Non è detto che non si ami un posto dove si è sofferto, ed è ciò che precisamente provo” (tradotto: voi – studenti e docenti – mi avete fatto soffrire tanto, ma io questa scuola la ho comunque amata). “Ricevo sempre, se ci sono e rispondo al cellulare fino alle 23.30” (non c’è da tradurre).

Cara preside Nari, ribadiamo tutta la nostra solidarietà umana e la comprendiamo. Le sue parole sono toccanti e purtroppo amare. Sono una resa, una presa d’atto che il suo lavoro non sia stato apprezzato. Può succedere, a prescindere che si abbia torto o ragione. Ma il suo alzare le braccia, il suo arrocco in solitudine, il suo tono delicatamente accusatorio, non aiuta la scuola che tanto ama. Certamente non i ragazzi. Gli stessi che grazie al suo lavoro è chiamata ad educare. Li colpevolizzi pure, ma affrontandoli con la stessa chiarezza che giustamente pretende per la pessima lettera anonima che le è stata indirizzata. Anche loro ricevono sempre e quasi sempre ci sono, anche al cellulare e se necessario dopo le 23.